di Giorgio De Biasi
L’ipotesi che il pubblico ministero possa “condizionare” il giudice è forse il punto più discusso della campagna referendaria in atto.
Chi ha frequentato la Polizia Giudiziaria e le stanze delle Procure della Repubblica ben comprende che questo ipotizzato condizionamento possa verificarsi con più facilità nella fase preliminare dell’indagine, dove la formazione del quadro probatorio deve necessariamente passare dal Giudice per le Indagini Preliminari – GIP – dove si decide su arresti e sequestri, piuttosto che nella fase dibattimentale nei confronti del giudice del processo.
Non appare pleonastico rappresentare che nel rapporto dialettico tra GIP e PM possa verificarsi che una delle due parti influenzi l’altra.
Pur riconoscendo che GIP e PM hanno carriere separate poiché nessuno dei due valuta l’altro, che hanno ruoli distinti e che non esiste un “potere gerarchico” del PM sul giudice è possibile ammettere che Il rischio astratto che il PM influenzi il giudice esiste sempre.
Per contro è possibile argomentare che PM e giudici condividono formazione, concorsi, cultura giuridica. Lavorano negli stessi ambienti ed il PM imposta scrive e documenta la narrazione del fatto.
È ora possibile riconoscere che se il condizionamento non è «sempre presente» risulta pur vero che è «sempre possibile»
Ed è proprio perché il condizionamento è «sempre possibile» appare ed è giusto prevedere idonee garanzie legislative capaci di evitarlo.
La separazione delle carriere è estremamente importante per liberare il GIP dai condizionamenti.






